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Il 10 gennaio 1991 è una data importante. Una pietra miliare nella lotta alla mafia. È il giorno in cui il Giornale di Sicilia pubblica una lettera che cambierà per sempre la percezione sociale del fenomeno mafioso del racket delle estorsioni.

La lettera è quella di Libero Grassi. Un imprenditore, una persona normale, che si rivolge pubblicamente al suo "caro estortore" - con pacatezza ma anche con fermezza - per invitarlo a non insistere nella sua richiesta estorsiva ché tanto lui non avrebbe mai pagato.

Per descrivere un concetto nella sua estensione, spesso è necessario ricorrere all’essenzialità di una definizione.

Nel caso del viaggio si può partire indicando la rappresentazione di un evento che unisce spazio e tempo attraverso il movimento, ampliando il concetto di spazio, oltre che geografico, anche sociale e culturale.

Quindi, il viaggio inteso come ampia sintesi di conoscenze che contengono e collegano elementi complessi presenti in una precisa realtà costituita da un territorio, con le sue evidenze storico-ambientali e monumentali, culturali in senso lato, socio-economiche e politiche, senza dimenticare un utile e benefico aspetto ludico, riconducibile anche alle forme di fruizione sopra descritte.

Libero Grassi

Gennaio 1993. Il monte Pellegrino inaspettatamente è imbiancato. Piove. All'uscita della stazione, nel frastuono della città, un'inconfondibile lamento di sirene. Sembra di essere a New York in uno di quei film polizieschi anni '80. No è Palermo. Salto in autobus diretto a via Cavour. Davanti al numero 56 c'è una pattuglia della polizia. All'ingresso due uomini in borghese. La scorta. Sto per entrare, vengo fermato. «Giovanotto, dove va?» mi dice uno dei due. «Ho appuntamento con la signora Grassi». La risposta è sfrontata. I miei vent'anni mi portano a sottovalutare il difficile lavoro degli "angeli custodi". Intanto arriva Pina sull'uscio. Mi accoglie con sorriso disarmante. Entro. Siedo tra i tessuti e tiro un sospiro di sollievo.

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